Wednesday, August 15. 2007
Ragazzi, vorrete scusare la lunga assenza...vorrete? Dovete! Ecco, i Pistillini si sono ritirati in eremitaggio lontani dalla tecnologia (e dalla tecnocrazia), per rifocillarsi prima di affrontare un lungo anno. Purtuttavia, quando avete sentito al tg di milioni di italiani sulle strade, possiamo dire NOI C'ERAVAMO. Perchè nonostante la filosofia, l'anticonformismo e l'anti-ideologia, o scappi o soccombi. “Vieni a cena da me una sera.” “A cena da te?” “Sì.” “Ma quando?” “Quando vuoi.”
Non vi sto invitando a cena, è iniziata la quarta puntata tanto anelata (vetta di poesia)
“Ma sei a casa da solo? Non c’è Alessandra?” “Sì che c’è. Così la conosci.” Sai, Paolo, quando mi ha detto così ho pensato che fosse rimbambito di colpo. Che gli avesse dato di volta il cervello. Invitarmi ad una cena a casa sua. Partecipanti: lui, io e sua moglie. Lui, lei e l’altro. Che roba patetica. Me l’ha detto al telefono un mattino all’alba. Io ero in macchina con Le tre di Notte; lui era al lavoro, su un treno quasi vuoto. Dopo aver chiuso la telefonata mi sono appoggiato al finestrino e ho iniziato a pensarci su. Che cazzo di idea. Ma vuoi mettere l’imbarazzo? Già mi immaginavo la scena: noi tre seduti a questo tavolo di questa casa che non ho mai visto ma che mi immagino ovviamente bellissima , dove il gusto di lei è percepibile in tutti i minimi dettagli, dalle sfumature del colore delle pareti agli sbuffi delle tende alla fantasia dei divani. Cena buonissima, cibo delizioso, trattamento da superospite e, alla base di tutto, un gelo ed un imbarazzo assolutamente incontrollabili. Dover rispondere a domande di rito e clamorosamente non interessanti come “Allora, cosa fai? Studi? Cosa studi? Lavori? Cosa lavori?” piuttosto che “E allora com’è che vi siete conosciuti tu e Alberto?”. Senz’altro sarà simpaticissima, quest’Alessandra; pensavo a questa cosa e mi sentivo in colpa. Pensavo continuamente alla scena di questa eventuale cena: a come sarebbe andata e a come invece avrei voluto farla andare io. Pensavo a come sarebbe stato assurdo, violento e liberatorio raccontare effettivamente le cose come stavano. A domanda, risposta. Del tipo: “Ti è piaciuto andare in moto? Alberto mi ha detto che ci tenevi parecchio…”, “Sì, guarda, mi è piaciuto molto, soprattutto per come si è poi conclusa la giornata: credo di essermi innamorato di tuo marito tra Agrate Brianza e Capriate!” E questa era la variante cinico-disillusa-sfasciafamiglienonguardoinfaccianessuno. Poi c’era la versione per cui, tra un antipasto delizioso, un primo divino e un secondo irresistibile, mi immaginavo Alberto che si allontanava per un qualsiasi motivo che potesse tenerlo lontano abbastanza perché io potessi prendere coraggio, avvicinarmi ad Alessandra e dirle: “Ascolta, tu mi sembri una brava persona ed io mi sento terribilmente in colpa. Per cui ti devo parlare di una cosa che è successa e che non posso nasconderti. ” Poi lei sarebbe rimasta impietrita, con gli occhi sbarrati e le labbra socchiuse, oppure avrebbe cominciato a gridare, o a piangere, o si sarebbe messa a ridere senza crederci. In tutti i casi, avevo trascurato il particolare che Alessandra era incinta, per cui un’emozione di questo tipo avrebbe potuto provocarle dei problemi, ed avere sulla coscienza anche il figlio di Alberto, oltre che il suo matrimonio, in fondo non era una responsabilità che ero disposto a prendermi. E allora, cosa fare? Quel mattino, in macchina realizzavo che non lo vedevo da almeno due settimane. Non c’era l’occasione, non l’avevamo trovata, non avevamo voluto trovarla, non lo so. Il problema era che entrambi avevamo paura. Sapevamo di essere su un territorio illegale e pericolosamente minato, cercavamo di muoverci con estrema circospezione e cautela, cercando di non tradirci e di non far trapelare emozioni sospette. Forse quell’invito era una presa di coraggio da parte di Alberto. Presentarmi a sua moglie poteva voler dire entrare a far parte degli amici di famiglia, essere legittimato a vederlo. Eravamo alla ricerca di sicurezze,e se avessi saputo gestire bene quella cena, avrei avuto un alibi perfetto per poterlo vedere sempre più spesso. Chi negherebbe a due grandi amici di vedersi anche tutti i giorni? Fermi ad un autogrill vicino Reggio Emilia, ho spiegato il mio dubbio alle Tre. Enrico mangiava il cornetto con la nutella e ragionava in silenzio, Marco nascondeva la stanchezza dietro gli occhiali da sole e mi diceva di lasciar perdere, Lorenzo girava lo zucchero nel cappuccino e mi consigliava di provare e vedere che sarebbe successo. Sapevo benissimo che non era dei consigli che avevo bisogno. Ero in un momento in cui sapevo che sao volevo fare. Dovevo trovare il coraggio di farlo. Mi sarei trovato in quella situazione molte volte, ma ancora non potevo saperlo. Tra i libri e i cd, e il vetro opaco che lasciava intravedere l’autostrada del primo mattino, sì, sapevo esattamente che a quella cena ci volevo andare. Anche se nel modo più sbagliato e disonesto, volevo entrare sempre di più nel mondo di Alberto. Conoscere la sua casa, guardare il corridoio in cui si muove tutti i giorni, conoscere sua moglie, guardare innocentemente come da una vetrina qual è la vita di Alberto oltre me, com’è la sua vita vera. Volevo davvero, stavo entrando in quella fase per cui quando ti innamori è come se andassi un po’ giù di testa. Pensi sempre a quella persona che ti fa brillare il cuore, la vorresti sempre vicino a te, vorresti conoscere ogni suo piccolo spostamento e pensiero, vorresti sapere che ci sarà ad aspettarti alla fine della giornata, per abbracciarti, per coccolarti, per attraversare con te i limiti dell’affetto, della tenerezza, del sesso. Ero in quella fase in cui anche un solo, singolo abbraccio, mi mancava. Avevo bisogno di lui, tutto qui. Usciti dall’autogrill, eravamo infreddoliti dall’arietta del primissimo mattino e camminavamo stretti stretti, come fanno gli eroi dei miei film e telefilm, quando una canzone spacca cuore sottolinea il loro movimento, sapientemente dilatato da una scelta registica che sa tanto di rallentatore.
Risaliti in macchina, ho deciso di guidare io. Stavamo ripartendo dai paraggi di Reggio Emilia e dovevamo arrivare a Riccione. Eravamo stati invitati tutti e quattro al matrimonio di una nostra ex compagna del liceo. Al matrimonio, Paolo, ma ci rendiamo conto? Ne parlavamo anche in macchina. Noi siamo qua, immersi nella nostra vita di giovinastri, ancora un po’ bambini, alle prese con tutta una serie di storie e problemi di crescita, accettazione, serenità. Alcuni di noi (io ad esempio), non hanno ancora finito l’università, non hanno una collocazione stabile nel lavoro, viaggiano sognando ad occhi aperti…e la gente intorno che fa? Si sposa. E non si trattava di un matrimonio riparatore, fatto per forza. Lei non era incinta. Lui non aveva nessun altro motivo per sposarla se non quello di volerle bene. Entrambi ormai avevano terminato gli studi e lavoravano già da tempo…o sono loro che sono avanti sui tempi, o siamo noi che stiamo rimanendo un po’ indietro.
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