Non siamo tornati subito a casa, siamo passati da qualche parte poco fuori città, un posto che apparteneva tipicamente alla periferia industriale di Milano, un posto di capannoni e cancelli chiusi, finestre sbarrate, qualche vetro spaccato, un po' di spazzatura ai bordi della strada, nessuno che passasse a rompere quei silenzi urbani un po' tristi e malinconici.
Era uno di quei classici momenti in cui, se fossimo stati in un film, non avremmo detto niente. Ci sarebbe stata la colonna sonora. Nemmeno noi, nella nostra realtà, abbiamo parlato. Lui ha spento il motore, ci siamo tolti il casco, abbiamo iniziato a guardarci, a ucciderci di parole che non riuscivamo a dire, di gesti che non riuscivamo a fare.
Tutto, intorno a noi, stava in silenzio: non c'era nulla che ci venisse a salvare dalla nostra incapacità di affrontare quella situazione nuova, bizzarra e pericolosa. Non passavano macchine, non c'era nessuno, non suonavano i cellulari, niente.
Ci guardavamo in faccia, quello sì. Negli occhi, dritti, diretti, spietatamente sinceri.
Credo che anche lui stesse provando a formulare qualche frase sensata. Anche lui come me, forse aveva mille argomenti, mille cose da dire, avrebbe forse voluto sommergermi di parole come avrei voluto io, ma non lo faceva. Io lo guardavo e cambiavo espressione impercettibilmente, i miei pensieri erano così tanti, così violenti, così nuovi, che la mia mente era entrata in una specie di tilt, mi ero azzerato, pensavo a tutto e allo stesso tempo non riuscivo a concentrarmi su niente, su nessuna delle troppe cose che avrei voluto dirgli in quel momento.
Finalmente il mondo ricominciò a parlarci. Quantomeno, a darci dei segnali.
Era il suo cellulare, stava suonando. Senza dire una parola guardò chi era, non c'era bisogno di chiedere, sapevo benissimo che era la sua vita normale che chiedeva notizie di lui. E noi stavamo per iniziare una strada assolutamente clandestina, sbagliata, rischiosa.
Ma allora, se era quella ormai la strada da seguire, pensai che era inutile restare fermi sul ciglio. Tanto valeva percorrerla e vedere dove portava, sperando di non farsi troppo male.
Rimise il telefonino nella tasca della giacca a vento. Tornò a guardarmi, ormai il silenzio era diventato padrone di quella situazione. Iniziai a sorridere mentre chiudevo gli occhi e respiravo a fondo, come se stessi prendendo una rincorsa.
Ad occhi chiusi ho avvicinato le mani al suo viso. Le ho appoggiate. Ho riconosciuto le sue guance, le labbra chiuse, gli zigomi, gli occhi, la forma della sua testa, i capelli. Avvicinandomi a lui sentivo che stavamo bruciando le nostre vite da persone comunemente dette normali. Forse più lui di me.
Un bacio, un bacio solo, breve, timido, accennato, precario come tutto il resto. Poi ci siamo abbracciati.
In quel momento ho solo pensato a queste parole. Vale la pena vivere, vale la pena morire.
Le Tre di Notte mi ci hanno preso in giro per settimane. Quando ho raccontato il mio primo incerto eppur vero bacio con Alberto è stato tutto gridolini, urla, applausi e smorfie, 'ste cretine.
Tutto un dire "Benvenuto nel club, tesoro!", "L'orsetto scaldacuore si è innamorato!!!", "Guardalo con gli occhietti a cuoricino!!!"...hanno voluto sapere tutto, attimo dopo attimo, telecronaca quasi in diretta. Se avessero saputo il posto e il luogo, le avrei trovate tutte e tre appostate, 'ste guardone. Si sono sconvolte quando hanno saputo che c'è stato solo un bacio sfuggente e intimidito. Del resto mi hanno anche perdonato per via della mia proverbiale imbranataggine. Sono convinte che sentimentalmente io sia una specie di caso semipatologico: non ninfomane; troppo romantico; convinto che da qualche parte esista la persona giusta; assoluatamente e incredibilmente spaventato. Credo che adesso come allora abbiano ragione.
Com'era prevedibile, tutto il mio mondo ha iniziato a girare intorno ad Alberto.
Non so riconoscere, nemmeno ora a distanza di tempo, come sia successo. Quando è successo che mi sono trovato ad avere bisogno delle sue brevi apparizioni tra il lavoro e la sua famiglia, delle telefonate rubate, della sua assenza sempre troppo prolungata.
All'inizio essere innamorato di lui era un valore aggiunto ad una vita, la mia, che mi piaceva, mi dava tante soddisfazioni. I miei studi, i miei amici, progetti, sogni, ambizioni, la mia famiglia, aveva preso tutto un colore più vivo nelle prime settimane.
Facevo la mia vita di sempre, ma dentro di me avevo questo piccolo e prezioso segreto. Sapevo che c'era una persona che stava rischiando tanto, e solo per me. Forse per narcisimo, per egoismo, in fondo non so perchè, mi sentivo importante.
E lui, quanto mi piaceva lui. Vedere il suo nome lampeggiare sul display del cellulare, sentire la sua voce che mi chiedeva di me, delle mie giornate, di tutto ciò che non potevamo condividere e che sembrava non pesarci. Aspettare di incontrarlo per caso per strada in tutte quelle occasioni in cui non poteva essere con me.
Era l'entusiasmo dell'inizio. Stavamo entrambi vivendo una situazione nuova, che stava attraversando le nostre anime e che non poteva lasciarci indifferenti.
Nelle prime settimane ci siamo visti poche volte, come a voler riprendere le misure e le distanze tra ciò che ci stava succedendo e il mondo intorno che non doveva saperlo. Siamo usciti tre volte in un mese e mezzo, perchè eravamo convinti che vederci poco potesse servire a non tradire nervosismi, stati emotivi alterati, che le nostre famiglie avrebbero potuto cogliere come segnali d'allarme.
Ma a me bastava, non me ne fregava niente. Io sapevo che Alberto c'era.