...Eravamo in treno. Io stavo tornando da Trieste, lui ci lavorava, Alberto è un capotreno.
Il treno si era guastato a metà strada, accumulava ritardo e lui era lì, che andava da un vagone all’altro, cercava di curarsi di noi viaggiatori in maniera amichevole, rispondeva a tutte le domande, anche a quelle più idiote. Mi stava simpatico. Era sposato, l’avevo vista subito, la sua mano.
In quel momento non avevo pensato niente. Mi piaceva guardarlo, perché era un bel ragazzo. Tutto lì.
Poi a Milano abbiamo scoperto di abitare vicini. Ci siamo riconosciuti.
All’inizio era tutto molto comune, per due uomini che si conoscono. Battute, simpatia, niente di compromettente.
Io reagivo in modo assolutamente normale, non avevo nessun ossessione particolare, nei suoi confronti. Mi piaceva fisicamente, questo sì, ma quante persone diverse mi piacciono fisicamente? Di quanti mi invaghisco al giorno? Sono talmente tanti che alla fine della settimana non mi ricordo più chi mi piaceva di lunedì…
Alberto ci ha messi nei guai un pomeriggio di primavera. Ci eravamo promessi, da bravi buoni e DISINTERESSATI amici, una birra da qualche parte. Per far due chiacchiere, un po’ più comodi e un po’ più a lungo rispetto ad una conversazione smozzicata al semaforo, o quelle poche volte in stazione tra un treno e l’altro.
Siamo andati fuori Milano con la sua moto. Ancora adesso ringrazio Dio che non fossimo in macchina, perché appena lui ha acceso il motore ho capito che stava succedendo qualcosa. Come al solito, di preciso, cosa non lo so. Ma sapevo che, almeno dentro di me, stavano cambiando le aspettative nei suoi confronti.
Tutto quello che è stato dopo è stato il classico percorso da romanzo rosa, teleromanzo, soap opera. Incubo e sogno, paradiso e inferno, chiamali come meglio credi.
Eravamo in autostrada e mentre mi appoggiavo a lui oltrepassavo la linea di confine per cui ciò che volevo non era un altro amico. Io volevo lui per me, e già fantasticavo, conoscerlo meglio, averlo per me, tutto per me in esclusiva, sapere che avrei passato tante altre giornate e tanti altri momenti come quello. Soltanto noi, soltanto per me. Normalmente.
Quel pomeriggio stavo imparando a scoprire il mio senso dell’immaginazione, la mia voglia perpetua di innamorarmi prima che delle persone, dell’idea che mi faccio di loro.
Siamo arrivati a Bergamo, in città alta, che nemmeno me ne sono accorto. Ha spento il motore e mi si sono spente le illusioni, sono rimasto spiazzato. Non sapevo nemmeno più che cosa dire, tornare a pensare oggetti di luogo comune con cui riempire un tempo in cui da quel momento avrei voluto dire e fare tutt’altro. Mi ricordo tutto di quel pomeriggio. Alla perfezione. I luoghi, gli odori, il modo in cui eravamo vestiti, quante altre persone c’erano, il suono delle nostre parole. Ci ho ripensato così tanto che ho consumato i ricordi, ogni tanto penso di perdere qualche dettaglio fondamentale ed ho paura di perdere sempre più pezzi del puzzle…Alberto mi parlava del suo lavoro e mi chiedeva di me, cosa facessi, cosa volessi fare da grande, cose, cosa, di chi, come mai, perché, ma sai che anch’io, credo di no, ma secondo me…Sai, Paolo, quel pomeriggio di due anni fa è stato il momento in cui per la prima volta nella mia vita mi sono innamorato. Alberto aveva 34 anni, io 23. Alberto mi raccontava di sua moglie e del figlio che aspettavano, ma sentivo che lo diceva con sempre meno convinzione. Quel giorno ho imparato che sono capace di finire nei guai più incredibili. Stavamo camminando per la città e sapevo che mi ero innamorato di lui, ero convinto che fosse una sbandata impossibile e destinata a morire nel più soffocato dei modi, immaginavo a noi due insieme e realizzavo che sarebbe stato infernale reggere il peso di una moglie e di un figlio. Era finito il pomeriggio ed era finito lo spazio per le situazioni convenzionali. In silenzio da un punto indefinito fino alla moto, lui che accende il motore, noi che ci muoviamo, usciamo dalla città, io che penso che non è cambiato niente, non è successo niente, io per lui non sono niente ed entro senza volerlo in un’ossessione di pensieri, come ti vorrei, come ti vorrei Alberto, penso solo questo tra il casco e la sua schiena, come ti vorrei, e lo penso gridandolo nella mia mente perché lì è l’unico posto in cui potrò gridarlo senza avere paura delle conseguenze.E mentre dentro di me gridavo parole che non avrei mai avuto il coraggio di pronunciare, mi sono reso conto che lo stavo stringendo forte. Mi ha accarezzato una mano, come Enrico quella sera. Mi sono stretto a lui più forte, contro tutta la sua schiena. Ho spento i pensieri e ho lasciato che lo sguardo si perdesse tra le macchine .