L'ansia genetica è quel mio malessere tutto particolare, a metà tra psicologico e fisico, che fa parte del patrimonio di famiglia. Tutti noi, in fondo, un po' alla ricerca di un piccolo dolore che ci tenga con i piedi per terra, anche quando non ce n'è bisogno.
La mia sindrome di abbandono sfocia nella diffidenza, nella paura che gli altri mi assecondino per poi fuggire via e non farsi più trovare.
La mia sindrome di abbandono deriva dalla mia insicurezza che, sono sicuro, nasce dal tacito timore di non essere accettato per ciò che sono. In realtà il giudizio degli altri mi interessa e mi segna al di là di quanto io stesso vorrei.
La mia sindrome di abbandono svanisce nei viaggi con i miei amici. Perchè se hanno scelto di passare con me addirittura dei giorni interi, significa che forse così male poi non sono. Forse è anche per questo che se potessi viaggerei continuamente.
Ma anche questa sarebbe una cosa da risolvere, me ne rendo conto. Trovare la giusta dimensione per sentire un senso di appartenenza anche stando fermo.
I miei amici, i miei migliori amici, sono tre. Li chiamo Le Tre di Notte. Loro mi prendono in giro perchè mi dicono che nei miei comportamenti sono una frocia rinnegata. Le Tre di Notte quando si vedono non bevono una birra, mettono su il caffè. Loro non discutono, fanno chiacchiere e confidenze. A loro detta, "Tutto ciò che tocchiamo diventa rosa". Le Tre di Notte se ne fregano delle discriminazioni e dei pregiudizi, loro "Terrorizzano gli etero". Le Tre di Notte escono sempre dopo mezzanotte, come le streghe.
Mi hanno soprannominato il loro "Orsetto scaldacuore": dicono che sono tenero, nel mio corpo di uomo anche discretamente guardabile, preso da tutti i miei dubbi e le mie paure.
Li conosco da quando andavamo alle medie. Con Enrico, uno di loro, ho fatto il liceo. Forse lui, già a quattordici anni, aveva già capito tutto della mia sindrome di abbandono, della mia insicurezza, dello spettro della non accettazione. Perchè lui le stava già vivendo, quelle sensazioni. Quell'umiliazione di sentirsi ridere dietro; quel non avere argomenti da condividere con "gli altri maschi". Eppure non l'ho mai visto cedere, non ha mai dato la soddisfazione di farsi vedere ferito. Io ancora non sapevo cosa mi aspettava. Io mi chiedevo, guardandolo, cosa avrei fatto al suo posto. Forse sarei stato più fragile, forse mi sarei ritirato da scuola,... a diciotto anni, verso la maturità, avevo avuto due storielle con ragazze della scuola. E non posso dire che non mi fosse piaciuto. Ma sentivo una strana anestesia dei sensi. Il piacere fisico poteva anche esserci, ma era tutto il resto che mancava.
Non c'era il battito accelerato del cuore per la lontananza, per la voglia di cercare, di vedere, di stare con una persona. Le ragazze mi stavano simpatiche, e basta.
C'è stata una notte, nella mia vita, in cui le cose hanno cambiato senso.
Ero qui a Barcellona, in gita scolastica.
Non stavo bene, mi avevano lasciato a riposare in una stanza tutta per me.
Stavo lì nel buio interrotto dalle luci che arrivavano dalla strada, tra le pieghe di una tenda chiusa non del tutto. Dal letto guardavo le ombre deformate delle macchine che passavano. Non sapevo che ore fossero. Non sapevo dove fossero gli altri.
Avevo gli occhi chiusi e sentii la porta che si apriva.
"Bruno...ohi...dormi?"
"No..."
La voce di Enrico era timida, gentile, si capiva chiaramente che ci teneva a non disturbare, voleva sapere solo come mi sentissi.
Si sedette al bordo del letto, nel buio. Silenzio. Non lo vedevo chiaramente, ma ero sicuro che mi stava guardando. Di colpo ebbi una consapevolezza che in fondo mi aspettavo. Sapevo che l'anestesia era finita. Adesso ero allo scoperto.
E misi una mano su quella di Enrico. Lo sentivo sempre più vicino, mentre avvicinava il suo viso al mio e leggendomi nel pensiero mi diceva "Non ti spaventare".
E' stato così che baciando Enrico ho scelto che direzione prendere al primo importante bivio della mia vita.